Nuovo disco per Alanis Morissette ;
I fan del rock non possono non segnare sul calendario la data del 2 Giugno. L'esponente più conosciuta del rock canadese infatti, Alanis Morissette, ha infatti pronto per noi un nuovo disco che esordirà proprio in quella data. Il nome del disco sarà Flavors Of Entanglement (approssimativamente traducibile con: "Sapori di trappola"). Il disco conterrà 11 brani e già dagli inizi di Aprile è possibile ascoltare il primo singolo Underneath. Molte e strambe le voci che circolano intorno al nuovo lavoro della bella Alanis: un disco che con prende spunto dalla musica etnica e dal folk, senza tralasciare qualche sperimentalismo ardito. Dopo il successo del suo ultimo disco So-called chaos (che ho già recensito qui) siamo tutti molto impazienti di sapere se Alanis riuscirà a dare un'ulteriore stpina ad una carriera di per se brillante seppur non priva di macchie.
In più, la nosrta sarà in Italia per due concerti, il 22 Giugno all'Heineken Jammin' Festival di Venezia ed il 24 all'Auditorium di Roma. Di seguito vi riporto la tracklist dell'album in uscita e anche le date europee della tourneè che seguirà:
01. Citizen Of The Planet,
02. Underneath,
03. Straitjacket,
04. Versions Of Violence,
05. Not As We,
06. In Praise Of The Vulnerable Man,
07. Moratorium,
08. Torch,
09. Giggling Again For No Reason,
10. Tapes,
11. Incomplete
Tour:
31 mag 2008 Rock in Lisbon Lisbon, Portugal
1 giu 2008 PinkPop Landgraaf, Netherlands
5 giu 2008 Alte Opera Frankfurt
6 giu 2008 Zenith Paris
14 giu 2008 Rock Under The Bridge Middlefart
15 giu 2008 Norwegian Wood Festival Oslo
18 giu 2008 Carling Academy Birmingham
19 giu 2008 Carling Academy Brixton
22 giu 2008 Heinekin Festival Venice
24 giu 2008 Auditorium Rome
27 giu 2008 Rock in Rio Madrid Madrid, Spain
16 ago 2008 V Festival UK Hylands Park
17 ago 2008 V Festival UK Weston Park
DarkElf81 ha canticchiato alle 16:34
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categoria : news, rock
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Concerto del 1° Maggio - Primi nomi ;
Pur non apprezzando particolarmente i concerti del 1° Maggio (niente polemiche politiche, anzi..ma spesso la qualità di quella musica è quel che è...), iniziano a circolare i primi nomi sugli invitati che suoneranno e canteranno dal palco di Roma che vi segnalo per dovere di cronaca.
Subsonica
Elio e le Storie Tese
Caparezza
Afterhours
Irene Grandi
Baustelle
Après la Classe
Marlene Kuntz
Enzo Avitabile e Manu Dibango
Raiz
Sud Sound System
Tricarico
Bisca Zulu con Enrico Capuano.
Ad aprire la diretta della serata, per la prima volta ci sarà una All Star Jazz Band guidata da Stefano Di Battista e composta da Fabrizio Bosso, Greg Hutchinson, Roberto Gatto, Rita Marcotulli, Dario Rosciglione, Baptiste Trotignon, Julian Mazzariello e Giovanni Tommaso.In questa occasione i temi artistici saranno due: un omaggio ai 70 anni di Adriano Celentano e alle canzoni del '68.
Si parte alle 15.15 con l'Anteprima dedicata all'esibizione dei vincitori della Rassegna Primo Maggio Tutto l'Anno. La diretta proseguirà poi dalle 16 fino alle 24, interrotta solo dall'edizione del Tg3 delle 19 e delle 23.
Elio a parte, la qualità si riconferma terra terra. Non me ne vogliano gli amanti della musica "alternativa" italiana(virgolette fortemente volute e sarcastiche), ma credo che anche quest'anno salterò volentieri la diretta.
DarkElf81 ha canticchiato alle 21:29
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categoria : news, concerti
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Black Sabbath pt.3 - Dio e il declino (1980-2007) ;
Nel 1980, dopo due anni di silenzio, i Sabbath tornano in studio e registrano Heaven and Hell e l'effetto è esplosivo: milioni di copie vendute, commenti favorevolissimi dei critici e risposte entusiaste dei fan per la voce ed il carisma del nuovo frontman, Ronnie James Dio. In Gran bretagna, il disco arriva addirittura in Top 10 grazie a canzoni come Neon knights, Heaven and Hell e Die young. Il ritorno del malefico quartetto non poteva che essere più fortunato.
Tuttavia, il batterista William Ward è costretto a lasciare la band per motivi di salute e viene sostituito dal più che degno Vinnie Appice con il quale i Sabbath registrano il disco meglio riuscito dell'epoca Dio: Mob rules.
I Sabbath sembrano essere tornati agli antichi splendori e alle loro origni più oscure e macabre, a cominciare dalla copertina (che in realtà è una tavola presa a prestito dall'illustratore Greg Hildebrandt), passando per i riff indemoniati di Iommi e finendo con la voce ispirata di Dio. A sottolineare la grandezza di questo disco vi è il fatto che due delle 9 tracce sonos tate usate come colonna sonora per il film Heavy metal e in più Mob rules è la base per il primo live ufficiale dei Sabbath, Live evil.
Dio si afferma come vera e propria icona dell'hard-rock al punto che sarà lui a rivendicare l'invenzione del gesto delle corna come gesto "simbolo" del rock e del metal, prendendo spunto dagli scongiuri pronunciati dalla nonna, di origini siciliane. Tuttavia, quando Live Evil arriva sugli scaffali nel 1982, Dio ha già disertato i Sabbath portando con sè il batterista Applice per contrasti avvenuti con Tony Iommi poiché il leader dei Black Sabbath accusò il cantante di essersi recato in studio nelle ore notturne per alzare il volume della sua voce e lo definì un "piccolo Hitler".
Reintegrato Ward alla batteria, i Sabbath decidono di dare reclutare Ian Gillian, storica voce dei Deep Purple. Il contatto tra le due parti è rappresentato da un aneddoto alquanto bizzarro. Gillan raccontò di aver ricevuto una telefonata da Iommi che gli chiese di incontrarsi con lui per fare una chiacchierata. I due finirono con l'ubriacarsi e il giorno dopo Gillan, confuso e stordito, ricevette una telefonata dal suo manager il quale gli disse di incontrarsi con i Black Sabbath. Praticamente, Gillan fece questa scelta in pieno stato di ebbrezza e non ricordò nulla di tutto ciò.
Ad ogni modo i risultati non furono propriamente quelli sperati: Born again (1983) è una delle produzione più fiacche dei Sabbath degli anni '80: le canzoni hanno poca grinta, la voce di Gillian per quanto eccezionale risulta essere totalmente fuori contesto. Tuttavia il disco raggiunge la Top 10 in Inghilterra, ma non riesce ad andare oltre la Top 40 negli USA. Segue un lungo periodo di sbandamento quando Ian Gillian da forfait per riunirsi ai Deep Purple e anche il bassista Geezer Butler molla la barca, con la conseguenza che il disco successivo dei Sabbath, Seventh Star, vede Tony Iommi come principale comp
ositore e la qualità del disco risente dello stravolgimento della formazione. Il disco esce nel 1986 con Glenn Huges (altro ex Deep Purple) alla voce, Dave Spitz al basso e Eric Singer alla batteria; infatti il disco non è attribuito ai Sabbath bensì a "Black Sabbath featuring Tony Iommi".
Negli anni successivi la formazione cambia continuamente e Iommi ha serie difficoltà a stabilizzarla. Nell'87 esce un nuovo disco, The Eternal Idol con risultati modesti (per non dire totalmente deludenti) che non riesce a sfondare neanche la Top 100 statunitense e neanche il seguente Headless cross va meglio. E' il punto più basso mai toccato dalla carriera dei Sabbath.
Nel '92 Iommi riesce a ricostituire la line-up di Mob Rules reintegrando Dio, Appice e Geezer Buttler per Dehumanizer, album di ottima fattura ma che viene comunemente considerato il loro canto del cigno. Infatti, Dio e Appice lasciano nuovamente la band e Iommi e Buttler si trovano di nuovo costretti a impr
ovvisi e continui cambi di formazione. Seguono due dischi, Cross purposes e Forbidden che però non fanno altro che confermare che i Sabbath hanno ormai esaurito la loro vena creativa, definitivamente.
I 4 componenti fondatori (sbourne, Iommi, Buttler e Ward) si ritroveranno assieme solo per un secondo live ufficiale, Reunion, nel 1998.
Il 13 marzo del 2006 i Black Sabbath entrarono nella Rock and Roll Hall of Fame. Vennero introdotti dai Metallica, che suonarono anche due pezzi della band (Hole in the Sky e Iron Man).
A tutto il 2008, Forbidden rimane l'ultimo inedito pubblicato dai Sabbath sebbene la band sia ufficialmente ancora attiva, tanto più che ha partecipato al Gods of Metal 2007 sotto il nome di Heaven & Hell, con la stessa line-up di Mob Rules e Dehumanizer: Tony Iommi, Ronnie James Dio, Geezer Butler e Vinnie Appice. Le voci che vogliono Ozzy di nuovo con i Sabbath si inseguono praticamente anno dopo anno, ma fino ad ora si tratta soltanto di voci...
p.s. perdonate la lunghissima assenza....ma stavolta sono tornato^^
DarkElf81 ha canticchiato alle 01:04
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categoria : biografia, rock, metal
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Black Sabbath pt.2 - L'abbandono di Ozzy ;
Quando i Sabbath pubblicarono Paranoid, sempre nel 1970, il successo fu incredibile: il disco raggiunse il primo posto nelle classifiche inglesi e vinse 4 dischi di platino negli USA e 5 nel Regno Unito.
I Sabbath iniziarono ad avere una base di pubblico enorme, aiutati anche dai capolavori contenuti in quel disco, ormai diventati delle pietre miliari: Electric funeral, War Pigs e Iron Man.
Inoltre, per questo disco i Sabbath mettono un pò da parte le tematiche legate all'occulto concentrandosi anche su testi più "sentiti" ed impegnati, il che contribuisce ad alimentare sproporzionalmente il loro successo, sia in patria che fuori.
La loro fama dunque continua a crescere, anche col terzo album Masters of reality fino a giungere a Black Sabbath vol. 4, che segna il primo grande cambiamento nel sound dei Sabbath.
Oltre al rock duro e cattivo, si iniziano a riscontrare anche tendenze al rock progressivo e sinfonico, basti ascoltare la ballata Changes dove la voce di Ozzy è accompagnata solo da archi e violini. Ciononostante, l'aderenza al loro genere è sempre presente con un brano trascinante come Supernaut.
La tendenza al rock progressivo si fa più accentuata in Sabbath Bloody Sabbath del 1973, ma oltre a ciò i componenti dei Sabbath attraversano un periodo di crisi personale che li porta ad un uso ecessivo di droghe ed alcool. Lo steso Ozzy dichiarò in seguito che in quel periodo facevano uso di acidi almeno 2 volte al giorno. Il disco seguente, Sabotage, vede per la prima volta i fan ed i membri dei Sabbath dividersi: pur rimanendo un buon prodotto, il disco contiene brani più tendenti allo stile tradizionale ma anche pezzi estremamente sperimentali, come Supertzar ideato da Tony Iommy. Abbiamo da un lato Ozzy Osbourne che vorrebbe adottare un genere più tradizionale per il grande pubblico e dall'altro il chitarrista Iommy che ha una vera predilezione per gli sperimentalismi legati anche al rock-prog.
La crisi arriva al culmine con Technical Ecstasy e Never say die!; entrambi i dischi soffrono della compresenza tra sperimentalismi e hard-rock puro e semplice, e sempre di più i fan iniziano a sentirsi traditi delle loro aspettative.
In più tra i due dischi, per un anno Ozzy abbandona la formazione per problemi di ordine personale (l'eccessiva dipendenza da droghe, il divorzio dalla moglie) per poi rientrare nella band per registrare Never say die! uno dei dischi più controversi della carriera dei Sabbath. Molti puristi lo giudicano addirittura come il peggior disco della band, critica ingiusta perchè contiene dei capolavori come la canzone che da' nome al disco e l'elettronica Johnny Blade.
Tutto ciò porta all'allontanamento di Ozzy dai suoi compagni, ed i motivi ancora oggi non sono del tutto chiari: alcuni dicono per l'eccessivo uso di droghe, mal sopportato da Tony Iommy, altri ancora indicano nella futura moglie di Ozzy la causa principale dei suoi problemi con la band.
Un pò l'abbandono del carismatico leader, un pò la nascita del Trash-Metal (genere che gli stessi Sabbath hanno contrinuito a creare, tra l'altro...), i Black Sabbath iniziano un lento declino che li porta a vivere quel periodo un pò ai margini delle scene, a ciò va aggiunto che Ozzy era anche autore di molte delle loro canzoni più valide, così i Sabbath si ritrovano di colpo senza voce, senza un leader e senza un compositore. Dove trovare un sostituto che non facesse rimpingere ai fan il carisma e la voce di Ozzy e che sapesse anche comporre canzoni di un certo livello?
Come un raggio di sole che squarcia le nubi, i nostri mettono gli occhi un cantante di talento, già voce dei Rainbow e degli Elf. Il suo nome è Ronnie James Dio...
DarkElf81 ha canticchiato alle 16:33
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categoria : biografia, rock, metal
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Addio a Joe Zawinul ;
Anzitutto, perdonate il ritardo con cui mi ripresento qui a scrivere per voi musicofili, ma l'estate dell'Elfo Scuro è stata intensa e talmente bella che ho voluto ritardare il ritorno alla routine il più possibile.
Prima di ricominciare a parlare dei Sabbath, va detto che questa estate 2007 ci ha protato via due grandissimi artisti: il primo è Luciano Pavarotti, la voce dell'Italia nel mondo, un uomo dal grande talento e dalla grande umanità. Non sprecherò parole per questo personaggio, immagino che dai vari tg e giornali abbiate sentito anche troppo.
L'altro è Joe Zawinul, fondatore dei Weather Report e uno dei più grandi pianisti e tastieristi che la storia abbia conosciuto.
Zawinul si è spento all'eta di 75 anni in un ospedale di Vienna in seguito ad un tumore, che non gli impediva però di continuare a suonare per il mondo, basti pensare che a Luglio era in tourneè proprio qui da noi.
Zawinul divenne celebre fondando nel 1970 i Weather Report, formazione jazz-rock che vide passare tra le sue fila la crema del jazz-rock, autentici geni come Wayne Shorter, Miroslav Vitous, l'indimentiacto genio del basso Jaco Pastorius e Peter Erskine. In seguito fondò lo Zawinul Syndicate, con cui si e' esibito in giro per il mondo, spesso in Italia. Nel corso della sua carriera, il pianista austriaco ha suonato con alcuni grandi della musica del XX secolo, tra cui Miles Davis, contribuendo a definire lo stile del jazz-fusion. Dal 2004 Joe Zawinul era proprietario di un club jazz a Vienna, il Birdland, mecca degli appassionati del jazz-fusion.
Fonte: http://www.musicalnews.com
DarkElf81 ha canticchiato alle 15:23
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categoria : news, jazz
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Chiuso per ferie ;
Anche l'Elfo Scuro va in vacanza. Ci vedremo a fine agosto con il resto della biografia dei Sabbath.
Buone vacanze a tutti e ascoltate tanta musica mentre siete via^^
DarkElf81 ha canticchiato alle 23:23
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categoria : off topic
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Black Sabbath (pt. 1) - Le origini ;
Chi non ha mai sentito nominare i Black Sabbath ed Ozzy Osbourne, due delle icone dell'hard rock contemporaneo?
Tuttavia, pochi conoscono davvero questa band e l'influenza che ha avuto sulla storia del rock. I diabolici riff di Tony Iommy, la voce stridula e indemoniata di Ozzy hanno definitivamente dato un nuovo volto al rock e dato il via alla rivoluzione heavy metal. Insieme ai Deep Purple ed ai Led Zeppelin, i Sabbath vengono indicati come gli antenati del metal come oggi lo conosciamo, definizione che calza perfettamente con quella di "Padrino dell'heavy metal" coniata per il chitarrista dei Sabbath, Tony Iommy.
Ma proseguiamo con ordine, partendo dagli inizi.
Inglesissimi di origini, i fondatori storici dei Sabbath sono John "Ozzy" Osbourne (voce), Anthony "Tony" Iommy (chitarra), William "Bill" Ward (batteria) ed il bassista Terence "Geezler" Butler. Nessuno direbbe che nel lontano 1966 questi 4 ragazzi, che sarebbero poi diventati lo stereotipo della metal-band per eccellenza, hanno iniziato col nome di Polka Tulk Blues Band dedicandosi principalmente a generi quali il blues ed il folk; eppure quando i 4 si incontrarono per la prima volta in un pub ad Aston (vicino Birmingham) insieme ad altri due musicisti per fondare questa band, pochi avrebbero scommesso sulle loro potenzialità. Solo quando rimasero in 4 e cambiarono nome in Earth iniziò quel lento processo di trasformazione che portò i nostri alla scalata verso l'Olimpo dell'hard-rock.
Inizialmente, il gruppo si occupava prevalentemente di cover di Jimi Hendrix, dei Beatles e dei Cream, suonando nei locali della zona, ma tutto cambiò il giorno in cui Geezer Butler si presentò ai compagni con una canzone da lui composta intitolata Black Sabbath, ispirata ad un film di Mario Bava, I tre volti del terrore (tradotta in inglese col nome, appunto, di "Black Sabbath").
Oltre a ciò, la leggenda vuole che in uscita da un cinema dove si proiettava un film horror, Ozzy Osbourne abbia detto proprio a Butler: "Se la gente paga per vedere un film che spaventa, perchè non dovrebbe funzionare anche con una musicas che spaventa?". Difficile dire se questo aneddoto sia vero, fatto sta che la trasformazione da Earth a Black Sabbath fu uno di quei casi che cambiano per sempre la faccia della musica.
Il 13 Febbraio del 1970, vede la luce il loro primo album omonimo che raccoglie subito un enorme successo di vendita (8° posto nelle classifiche di vendita britanniche), grazie anche successi quali la già citata Black Sabbath, NIB e The Wizard.
Ma cosa avevano di diverso quei 4 rustici ragazzi di Birmingham rispetto a veterani del genere quali Led Zeppelin e Deep Purple? Le tonalità cupe, i riff di chitarra diabolici e spaventosi di Tony Iommy, uniti alla voce appassionata e sofferta di Ozzy Osbourne donavano al disco una sonorità mai sentita prima.
Le tematiche in particolar modo erano una vera e propria novità per l'epoca e suscitarono anche un certo scalpore: testi di magia nera, esoterismo, preghiere occulte, riti magici ed invocazioni demoniache sono il pane quotidiano di cui si cibavano i Black Sabbath in quegli anni; basti pensare a NIB, sigla per Nativity in Black (Natività in Nero) oppure a certi versi della prima traccia ("La forma nera dagli occhi di fuoco/che racconta alla gente dei loro desideri").
Certo, anche gli Zeppelin ed i Doors avevano citato in maniera più o meno esplicita il DIavolo nelle loro composizioni, ma nessuno come i Black Sabbath aveva fatto di questo argomento il loro punto nevralgico, attorno a cui ruotano non solo i testi ma anche la musica.
Inoltre, per la serie "grandi coincidenze che cambiano il mondo", la più grande innovazione che i Sababth hanno portato al rock è dovuta ad un incredibile caso: il chitarrista Tony Iommy, a causa di un incidente di fabbrica molti anni addietro, perse le falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra (era mancino, per la cronaca); di conseguenza, per poter meglio premere le corde della sua chitarra decise di allentarle, accordandole un tono e mezzo più basso; anche Butler seguì il suo esempio per meglio incastrare il basso nelle ritmiche di chitarra e fu così che nacque il cosidetto downtuning che caratterizza tutto il rock e metal moderno, ovvero l'accordare lo strumento diversi toni più in basso del normale per ottenere un suono molto più cupo e teneboroso.
L'epopea dei Black Sabbath ha dunque inizio e continuerà per tutti gli anni 70, 80 e arrivando fino alle soglie del nuovo millennio...
p.s. Questo post è dedicato a quel grandissimo coglionazzo del Zeppieri, senza il quale non avrei apprezzato i Sabbath come li apprezzo oggi^^ (si ma non montarti la testa...tu resti comunque la tomba dell'eclettismo musicale! Bwahahahahah)
DarkElf81 ha canticchiato alle 14:35
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categoria : biografia, rock, metal
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Cocteau Twins - Treasure (1984) ;
Cambiamo totalmente genere quest'oggi e ci dedichiamo ad un gruppo scozzese a nome Cocteau Twins, presenti sulla scena internazionale dal 1982 fino al 1997. Molte sono le etichette che sono state loro affibbiate: ethereal-pop, elettronic-ambient, post-punk ma i tre scozzesi sono decisamente uno di quei casi più unici che rari nella musica, con un genere di loro esclusiva proprietà e che non ha trovato molti imitatori.
La band è costituita dal chitarrista Robin Guthrie, dalla vocalist Elizabeth Frasier e dal bassista Will Heggie (poi sostituito da Simon Raymonde). La musica dei Cocteau Twins è un misto tra musica elettronica, ambient, certe sonorità vagamente celtiche ed una certa dose di trip-hop; a tutti questi elementi va poi aggiunta la linea vocale inconfondibile quanto unica di Liz Frasier. Grazie ad un uso molto ben congeniato della drum machine e dei pesanti multieffetti sulle chitarre di Robin Guthrie, il sound del trio scozzese è estremamente particolare e caratteristico.
Una delle particolarità delle loro canzoni è la totale assenza di testi di senso compiuto; infatti le parole che accompagnano la melodia sono frasi e parole totalmente prive di senso, utilizzate e messe insieme solo in funzione dell'assonanza con la musica. Questo Treasure, datato 1984, è sicuramente il loro lavoro meglio riuscito e pur non essendo particolarmente noto, nell'ascoltarlo ci si trova davanti ad un vero goiiello (come dice il titolo dell'album stesso). 10 tracce che hanno per titolo altrettanti nomi dalla provenienza molto discussa (ma mai accertata) che ci conducono per mano in un mondo fatto di suoni eterei che accarezzano l'udito per tutti e 40 i minuti della durata del disco.
La prima cosa che salta all'orecchio è la voce incrediile della vocalist, con un timbro assolutamente originale che ricorda moltissimo quello di Kate Bush, trasognante ed appena accennato; i suoi sussurri, le incomprensibili frasi sussurrate a mezza voce e un modo tutto suo di pronunciare determinate parole fanno subito capire che ci troviamo davanti ad un'artista eccezionale che reisce col solo ausilio della sua voce a trasportarci verso universi inesplorati della musica. Il matrimonio tra la voce di Liz e la chitarra elettrica carica di riverbero e di echi di Robin Guthrie è decisamente il principale marchio di fabbrica di questa poco conosciuta band che non ha avuto l'apprezzamento che meritava durante la sua attività.
Il sound scorre via fluido e leggero, accarezzando dolcemente l'udito e lasciando l'ascoltatore in uno stato di pura estasi musicale e anche se gli arrangiamenti possono sembrare fin troppo ripetitivi, riescono benissimo nell'impresa di accompagnare la melliflua voce di Liz sotto qualsiasi forma e tonalità, lasciando che sia proprio lei ad essere la protagonista assoluta del disco, a dimostrazione che la voce può essere uno strumento efficace quanto e più di un'intera orchestra sinfonica.
Così facendo, più delle singole composizioni è la totalità dell'album in sè a sorprendere l'ascoltatore sebbene alcune tracce siano dei veri e propri capolavori come la dolcissima Pandora, una sorta di ninna-nanna che viaggia su tonalità astrali, oppure la particolarissima Aloysius con il suo testo che sfiora il surrealismo più puro. Non mancano ovviamente brani più intensi e ritmati come Persephone e l'apripista Ivo che tradiscono anche una certa influenza di tipo gothic ma senza mai cadere nello scontato e nel banale; in effetti nessuna delle 12 composizioni appare prevedibile, anzi, il disco sorprende canzone dopo canzone soprattutto in virtù degli strumenti così carichi di effetti celestiali ed onirici.
Purtroppo, pur con un disco di tali e tante qualità, la successiva produzione del trio scozzese non è così degna di nota e la band si scioglie nel 97, pur facendo qualche rapida comparsa ogni tanto (ad esempio componendo la colonna sonora di Io ballo da sola) ma ciononostante Treasure rimane un disco di rara bellezza ed originalità che a tuttoggi non trova paragoni con nessun altro gruppo, a parte forse qualche lavoro dei Jesus and Mary Chain.
Tracklist:
1. Ivo
2. Lorelei
3. Beatrix
4. Persephone
5. Pandora (For Cindy)
6. Amelia
7. Aloysius
8. Cicely
9. Otterley
10. Donimo
DarkElf81 ha canticchiato alle 22:46
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categoria : elettronica, pop , ambient
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Pat Metheney - One quiet night (2003) ;
Dopo aver sperimentato l'esperienza del trio, Pat Metheny, uno dei più noti jazz guitarist della scena internazionale, tenta l'approcio solista con questo suo One quiet night, che segue Speaking of now, registrato però con la sua band al completo.
La novità che Metheny ci propone è proprio l'utilizzo di un unico strumento (la sua Nashville baritona) per l'incisione di tutto il disco, per un album completamente in acustico: niente effetti speciali, niente riverberi o sovraregistrazioni, ma utilizzando semplicemente le corde della sua chitarra senza alcun arzigogolio. Cristallino come l'acqua e tuttavia squisito come un bicchiere di vino, ecco come può essere riassunto l'ultimo lavoro di un grande interprete del jazz. Così, nell'atmosfera comtemplativa che il titolo stesso del disco ci suggerisce, Pat ci invita a scorprire questi 12 brani che spaziano dalla new-age al jazz passando persino per il country; i suoi virtuosismi sono sempre presenti, tuttavia quello che più salta all'occhio è l'assenza dei tradizionali arrangiamenti jazz che di solito troviamo nei suoi album.
Tra le canzoni c'è anche un hit di Norah Jones, Don't know why, lustrata a nuovo e carica di una nuova freschezza che ci riporta alle origini della grande musica. Decisamente, di tutta la carriera di Metheny (sia come solista che con la sua band), questo è uno degli album più avventurosi ed impegnativi e sicuramente segna una svolta anche nello stile del Nostro (che forse però non tutti i suoi estimatori gradiranno).
Certo è, che ascoltare questo album tutto d'un fiato è impresa non da poco il che mi fa decisamente sconsigliare questo album ai profani e ai "non addetti ai lavori", alle cui orecchie potrà sembrare troppo rigido e pesante. Tuttavia, gli amanti del genere, e di Pat Metheny in particolare, saranno come sempre ben ricompensati perchè il disco in sè è gradevole anche se a tratti si ascolta con un pò di fatica.
L'utilizzo di una sola chitarra per registrare tutto il disco di certo ha dei grossi limiti, tra i quali quello di rendere difficoltosa la distinzione tra una canzone e l'altra con il risultato che nessuna delle 12 tracce spicca particolarmente, sebbene siano tutte molto suadenti ed accattivanti. Ad ogni modo, una piccola nota di merito va sicuramente all'apripista che da il titolo al disco, One quiet night che immediatamente cala l'ascoltatore nella filosofia del nuovo sound di Metheny, ed anche alla lunghissima North to South, East to West, piccola suite in cui Pat si mostra pienamente padrone del proprio strumento e dimostra anche di non aver bisogno di nessun altro strumento al suo fianco, perchè il suono della sua chitarra è così pieno da non far rimpiangere la mancanza di un contrabasso o di un piano.
Difficile dare un giudizio globale a questo disco, poichè se da un lato ha tantissimi pregi, dall'altro ha anche dei difetti: a lungo andare diventa troppo ripetitivo ed è inoltre molto arduo ascoltarlo nella sua interezza già al primo ascolto. Ne deriva che l'album è sicuramente un ottimo prodotto e la classe di Metheny è sempre una garanzia, ma forse una minore "pesantezza" sia nella composizione che negli arrangiamenti delle canzoni avrebbe di certo migliorato il risultato finale, che è comunque qualitativamente alto.
Tracklist:
1. One Quiet Night
2. Song For The Boys
3. Don't Know Why
4. Another Chance
5. Time Goes On
6. My Song
7. Peace Memory
8. Ferry Cross The Mersey
9. Over On 4th Street
10. I Will Find The Way
11. North to South, East to West
12. Last Train Home
DarkElf81 ha canticchiato alle 21:55
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categoria : jazz
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Dream Theater - Systematic chaos (2007) ;
Sebbene manchino pochi giorni all'arrivo sugli scaffali dei negozi di dischi, il nuovo disco dei Dream Theater, una delle più importanti band di musica progressive, fa già discutere (come è ormai di norma, quando i nostri pubblicano un nuovo disco).
Diciamocela tutta, i 5 statunitensi capitanati dal chitarrista John Petrucci e dal batterista Mike Portnoy o si amano o si odiano, senza vie di mezzo: i loro virtuosismi si possono venerare o disprezzare, la loro originalità può essere contestata, ma di certo non si può dire che non sappiano suonare. Tanti preamboli per dire che questo disco sarà probabilmente uno dei più discussi della discografia dei DT. Iniziamo dalla prima traccia, In the presence of the enemies pt. I. Un inizio "in medias res", ovvero nel bel mezzo dell'azione, molto brusco e che stride con le solite apripiste dei Nostri.
E' fin troppo chiaro, fin dalle primissime battute, che Petrucci e compagni ci tengono ribadire ancora una volta la loro superlativa conoscenza dei rispettivi strumenti (ma c'era poi davvero bisogno? mah...).
Come anche il titolo del disco ci suggerisce, tutto è estremamente caotico, assoli che si sovrappongono, tempi di batteria frenetici, riff di chitarra duri come non se ne sentivano dal contestatissimo Train of thought. La canzone prosegue con l'ingresso dell'inconfondibile voce del canadese La Brie, unico della band che pare aver mantenuto una certa dose di sobrietà nella sua performance. Non mancano ovviamente momenti molto intensi e estremamente melodici che solo la chitarra di Petrucci sa regalare e che fa sperare bene per il proseguimento del disco.
Si continua poi con Forsaken, una ballata estremamente cupa con tinte molto darkeggianti; ho già sentito qualche povero mentecatto affermare che i Dream Theater hanno attinto abbondantemente dalla musica degli Evanescence per questa canzone, ma è un'affermazione che non merita neanche di essere discussa. Delle 8 tracce che compongono l'album questa è quasi una delle più convincenti, proprio in virtù della sua "semplicità". Tuttavia la semplicità dura ben poco poichè le canzoni che seguono sono una più intricata dell'altra, infarcite con assoli caotici e legati tra loro a doppio filo che fanno quasi perdere di vista il vero senso dell'album. Guardando la copertina del disco e prestando attenzione al titolo si potrebbe pensare che tutto sia attentamente studiato, ma ciò non toglie che ascoltare canzoni come Constant motion e The Dark eternal night richiede uno sforzo non indifferente sia per la complessità della costruzione che per l'incredibile durezza che ha assunto il nuovo sound dei Dream Theater. Senza esagerare, a tratti sembra quasi di ascoltare i Metallica di Master of Puppets e la sensazione di deja-vu aumenta proprio in The dark eternal night con la voce di LaBrie e di Portnoy elettronicamente distorte. A questo punto il disco inizia ad apparire piuttosto vuoto ed insipido.
Probabilmente una delle delusioni maggiori di questo disco è la quasi totale assenza delle tastiere di Jordan Rudess che era riuscito davvero ad emozionarci in Octavarium (facendoci rimpiangere poco persino un tastierista come Derek Sherinian) ma in Systematic Chaos il suo ruolo è quello di gregario. I suoi tappeti di tastiere sono opachi e a stento accennati, i suoi pochi assoli sono confusi e trascurabili e non servono a salvarlo dalla critica le sue improvvise uscite strumentali in rag-time.
Con Repentance i toni si placano e si aqquietano e la chitarra di Petrucci, una volta tanto non macchiata dalla distorsione metal, ci introduce con un riff cupo ma appassionato all'interno di una traccia di pinkfloydiana memoria. Ma la vera sorpresa del disco è probabilmente Prophets of war, un brano che unisce metal, progressive e musica elettronica all'interno di un calderone di ritmi serrati e riff accattivanti ed il risultato, pur non entusiasmando particolarmente, è sufficientemente positivo. The ministry of lost souls è invece un brano abbastanza tipico dei Dream Theater, con la chitarra di Petrucci che scandisce chiaramente gli accordi e gli arrangiamenti orchestrali di Rudess che incorniciano il tutto richiamando molto da vicino sia la lunga suite Octavarium che il Grand finale di Six degrees of inner turbolence.
Il disco si conclude con la seconda parte di In the presence of the enemies, lunghissima suite che fortunatamente convince più della prima metà ad inizio disco, pur mantenendo quei toni così duri e cattivi che contraddistinguono tutto l'album.
Concludendo, ci sembra che Systematic chaos sia nè più nè meno che un remake poco riuscito di Train of thought: stesse sonorità, stesse influenze di memoria "Metallica", stesse tinte cupe e darkeggianti. Trattandosi dei Dream Theater e conoscendo il loro gusto per la sperimentazione sarebbe forse stato lecito aspettarsi qualcosa di più originale e di nuovo piuttosto che una copia opaca di uno dei loro dischi meno brillanti. L'album si ascolta, anche se con fatica, le canzoni sono nel complesso ben arrangiate ma manca deicsamente quel tocco di originalità per cui i 5 sono tanto noti, inoltre sia Jordan Rudess che John Miung deludono alquanto per la loro presenza quasi eterea limitandosi, il primo a fare da pura cornice ed il secondo a seguire come un ombra le ritmiche di Petrucci. Il risultato, nel complesso, non raggiunge la sufficienza e iniziamo a pensare se non sia il caso che i Dream Theater si prendano più tempo per sfornare i loro dischi considerando che ne sono usciti 3 in 2 anni.
Tracklist:
1. In The Presence of Enemies Pt.1
2. Forsaken
3. Constant Motion
4. The Dark Eternal Night
5. Repentance
6. Prophets of War
7. The Ministry of Lost Souls
8. In The Presence of Enemies Pt.2
DarkElf81 ha canticchiato alle 15:20
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